Confino & reticenza

Confino & reticenza

La persecuzione durante il fascismo e nazismo

Nell’Italia fascista il Codice Rocco del 1930 non prevedeva un reato specifico per l’omosessualità. Questa assenza faceva parte di una strategia del silenzio: ufficialmente, l’omosessualità non doveva nemmeno esistere. Lo Stato evitava dibattiti pubblici e processi penali visibili, ma interveniva attraverso la polizia e l’amministrazione. Tra gli strumenti principali vi erano la diffida di polizia, l’ammonizione, con obblighi di controllo e sorveglianza più rigidi, e il confino in località isolate. Gli uomini omosessuali venivano così allontanati dal loro ambiente, registrati, controllati e isolati socialmente, senza che lo Stato dovesse nominare l’omosessualità come reato autonomo.

In Germania, invece, il § 175 esisteva già dall’età imperiale come norma penale contro gli atti sessuali tra uomini. I nazisti lo inasprirono drasticamente nel 1935. Da quel momento potevano essere perseguiti anche contatti fisici, gesti o altri comportamenti interpretati come sessuali. Il § 175 divenne uno strumento centrale della persecuzione: luoghi di incontro vennero chiusi, associazioni e riviste proibite, uomini arrestati, processati, incarcerati o deportati nei campi di concentramento. Nei lager molti furono contrassegnati con il triangolo rosa e costretti al lavoro forzato.

In Italia la persecuzione rimase per lo più amministrativa. Fascicoli di polizia, perizie morali, denunce e indagini locali bastavano per classificare alcuni uomini come pericolosi, scandalosi o “incorreggibili”. Particolarmente nota è la deportazione al confino di uomini omosessuali a San Domino, nelle isole Tremiti. Vi furono anche casi in cui uomini omosessuali furono inviati al lavoro forzato o destinati a condizioni di lavoro particolarmente dure, tra cui quelle di Carbonia.
Serbariu

Carbonia fu fondata in Sardegna nel 1938 come città mineraria pianificata dell’Italia fascista. Il regime la presentò come un progetto di prestigio della propria politica industriale. Al centro vi era la miniera di Serbariu, una delle più importanti miniere di carbone del paese.

L’estrazione era strettamente legata alla politica autarchica fascista. L’Italia voleva rifornire la propria industria con carbone nazionale e ridurre la dipendenza dalle materie prime estere. Per questo Carbonia fu dotata di abitazioni operaie, edifici amministrativi, piazze e infrastrutture. La città doveva incarnare forza industriale, ordine e autosufficienza nazionale. L’estrazione del carbone nella miniera di Serbariu era fisicamente molto gravosa e si svolgeva sotto un rigido controllo sociale.


Ingresso del personale ai pozzi 1 e 2 della miniera di Serbariu
Fondo Ing. Dante Taddei, direttore della miniera di carbone di Serbariu, Carbonia

Album personale, donato dagli eredi
Archivio del Centro Italiano della Cultura del Carbone

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