Non chi, ma come
„Queerness“ nell’antichità
Per le società antiche non esisteva una concezione unitaria dell’“omosessualità” nel senso attuale del termine. Tra Greci, Romani, Etruschi ed Egizi erano piuttosto i ruoli, i rapporti di potere, l’età, la condizione libera o non libera e lo status sociale a essere determinanti. Contava meno chi una persona desiderasse, e più quale posizione occupasse nell’ordine sociale.
Nel mondo greco, le relazioni tra uomini potevano essere riconosciute in alcune forme, soprattutto tra un cittadino adulto e un uomo più giovane. Questi rapporti erano però legati all’età, all’educazione, allo status e all’autocontrollo. Un uomo libero adulto non doveva apparire stabilmente subordinato, dipendente o “femminile”. A risultare problematica era soprattutto la posizione passiva o femminilizzata, quando veniva attribuita a un uomo libero adulto.
A Roma l’ordine sociale era segnato ancora più fortemente dallo status. Un uomo romano poteva avere rapporti sessuali con donne o con uomini senza perdere la propria posizione sociale, purché apparisse attivo, dominante e libero. Il partner passivo, invece, veniva associato alla femminilità, alla dipendenza o alla mancanza di libertà. Questo era considerato particolarmente disonorevole per gli uomini liberi adulti. Schiavi, prostituti e persone di rango sociale inferiore erano valutati diversamente, perché i loro corpi erano già considerati disponibili.
Sulla sessualità etrusca sappiamo molto meno, perché si sono conservate pochissime testimonianze scritte prodotte dagli Etruschi stessi. Gli autori greci e romani descrivevano spesso gli Etruschi come particolarmente liberi nei costumi, soprattutto nel rapporto con le donne, i banchetti, il corpo e l’erotismo. Questi resoconti, però, furono scritti dall’esterno e hanno spesso un tono polemico. Più sicura è l’osservazione che le immagini etrusche davano spazio ai corpi, alle coppie e alla socialità, senza che da ciò si possano ricavare regole semplici sui rapporti tra persone dello stesso sesso.
Per l’antico Egitto la situazione delle fonti è diversa. Rappresentazioni di vicinanza tra uomini, come nel caso di Niankhkhnum e Khnumhotep, sono state interpretate dalla ricerca in modi molto diversi: come fratelli, gemelli, compagni stretti o possibile coppia. Le fonti egizie conoscono anche racconti di atti tra persone dello stesso sesso nel mondo divino, per esempio tra Seth e Horus. Questi testi, tuttavia, non parlano di identità, ma di potere, umiliazione, rango e ordine divino.
Nell’antichità, quindi, i rapporti tra persone dello stesso sesso non erano necessariamente tabù, finché non mettevano in pericolo gli standard sociali patriarcali stabiliti. Il partner “che dava”, fisicamente attivo, era considerato meno problematico, purché non mettesse in discussione il proprio ruolo maschile, libero e socialmente superiore. Il partner “che riceveva”, fisicamente passivo, era invece femminilizzato e quindi molto più esposto alla disapprovazione sociale, soprattutto se si trattava di un uomo libero adulto.
Accanto a questo, altre società antiche e premoderne conoscevano ruoli di genere che non rientravano in una semplice divisione binaria. In Mesopotamia, nei testi legati alla dea Inanna o Ishtar, compaiono figure cultuali come gala, assinnu o kurgarru. Potevano essere associate all’ambiguità di genere, al rito, al lamento, al travestimento e al potere divino. La loro posizione aveva una cornice religiosa ed era socialmente particolare, ma non per questo automaticamente paritaria o priva di svalutazione.
Anche nell’Asia meridionale le Hijra o Khawaja Sira sono conosciute da lungo tempo come comunità spesso descritte come “terzo genere”. Svolgono funzioni rituali, per esempio in occasione di nascite, matrimoni e benedizioni, e allo stesso tempo si trovano spesso ai margini dell’ordine sociale.
Scena erotica tra giovani uomini. Tavola a stampa colorata tratta da un cratere a campana attico a figure rosse del Pittore di Dinos, ca. 420 a.C., rinvenuto a Capua. Dalla collezione di William Hamilton, oggi al British Museum.
Da: Collection of Etruscan, Greek and Roman Antiquities from the Cabinet of William Hamilton, Bd. 2, Neapel, 1767.
Scan: Internet Archive / Boston Public Librar
La Warren Cup è una coppa romana in argento, realizzata intorno all’inizio dell’era cristiana, circa tra il 15 a.C. e il 15 d.C. In origine aveva due anse, oggi perdute. È composta da una coppa interna e da un rivestimento esterno più sottile, lavorato a sbalzo con due scene erotiche in alto rilievo. Alcuni dettagli furono rifiniti a incisione; singole parti erano originariamente dorate. Oggi la coppa si trova al British Museum.
Entrambi i lati mostrano scene sessuali tra figure maschili, ambientate in un interno con drappi, mobili e strumenti musicali. Su un lato è raffigurato un uomo più anziano, barbato e coronato, nel ruolo di amante attivo; il partner più giovane è imberbe. Sull’altro lato, il partner attivo è a sua volta un giovane imberbe, mentre il partner ricevente appare come un ragazzo. Un’altra figura guarda nella stanza attraverso una porta ed è generalmente interpretata come uno schiavo.
La coppa non era un oggetto d’uso quotidiano, ma un prezioso bene di lusso. La lavorazione accurata, le scene d’interno e i riferimenti musicali rimandano a una cultura d’élite colta, benestante ed ellenizzata. Probabilmente fu realizzata nel Mediterraneo orientale; il British Museum indica come probabile luogo di ritrovamento Bittir, presso Gerusalemme. Il nome attuale deriva dal collezionista Edward Perry Warren, che possedette la coppa all’inizio del XX secolo.
Dopo la morte di Warren, la coppa rimase a lungo in mani private. Le sue scene omoerotiche esplicite resero difficile sia l’esposizione pubblica sia la vendita a musei. Solo con il mutare degli atteggiamenti sociali l’oggetto venne esposto più ampiamente. Nel 1999 il British Museum acquistò la Warren Cup e la rese stabilmente accessibile al pubblico.
Warren Cup
Coppa in argento
15 a.C. - 15 d.C.
Realizzata nel Levante, luogo di ritrovamento: Gerusalemme
British Museum, 00594242001