Secoli bui?

Secoli bui?

Identità queer nel Medioevo

Cod. 2254, fol. 2r (Ausschnitt), Szenen zum 1. Buch Moses

Il Medioevo non fu così “oscuro” come venne spesso descritto in seguito, né così pudico come talvolta suggeriscono le immagini nate in epoche successive. La sessualità faceva parte della vita quotidiana: se ne parlava, la si regolava, la si confessava, la si puniva, e la si viveva. Norme ecclesiastiche, ordinamenti cittadini e pratiche quotidiane potevano essere molto distanti tra loro.

Quando ancora non esistevano termini moderni per indicare l’omosessualità, si sviluppò il concetto di “sodomia”. Con questo termine, però, non si intendeva l’omosessualità nel senso moderno. Il concetto apparteneva alla dottrina del “peccatum contra naturam”, il “peccato contro natura”, e comprendeva atti sessuali molto diversi, interpretati come deviazioni dalla procreazione, dall’ordine matrimoniale e dall’ordine divino della creazione. Un peccato poteva essere commesso “ratione sexus”, cioè in base al sesso delle persone coinvolte. Rientravano in questa categoria gli atti sessuali tra persone dello stesso sesso, soprattutto tra uomini. Poteva essere inteso anche “ratione generis”, cioè “in base alla specie”, quando a esseri umani venivano attribuiti atti sessuali con animali. Oppure poteva valere “ratione modi”, cioè “in base al modo”, quando gli atti sessuali avvenivano tra uomo e donna, o anche da soli, ma non erano orientati esclusivamente alla procreazione.

Nell’Alto Medioevo prevaleva per lo più la dimensione penitenziale. I penitenziali ecclesiastici prevedevano lunghi periodi di penitenza per gli atti sessuali tra uomini, ma non esisteva ancora una persecuzione secolare capillare. La risposta era spesso pastorale e regolata dalla Chiesa: confessione, pentimento, digiuno, preghiera, esclusione temporanea da determinate pratiche religiose. Questo quadro cambiò gradualmente. A partire dall’XI secolo, e soprattutto dal XIII secolo, l’atteggiamento si fece molto più severo. Le riforme della Chiesa, le richieste di celibato clericale, la predicazione, il diritto canonico e la legislazione urbana trasformarono sempre più il peccato in reato. A seconda della regione potevano essere previste pene pecuniarie, pubblica infamia, esilio, castrazione o morte.

Questi trasgressioni non erano considerate una questione puramente privata. Nell’immaginario medievale il peccato sessuale poteva attirare l’ira di Dio su un’intera comunità. La pena non colpiva quindi soltanto il singolo individuo, ma doveva proteggere la famiglia, il villaggio, la città o il territorio da ulteriori sciagure. Epidemie, tempeste, carestie e altre catastrofi venivano ripetutamente interpretate come conseguenze di colpe morali. Ancora nel XIV secolo, per esempio, le invasioni di cavallette furono messe in relazione con la presunta condotta immorale della contessa del Tirolo Margarete Maultasch. Le accuse legate alla sessualità erano quindi anche strumenti politici: potevano indebolire un potere, disonorare gli avversari e ristabilire un ordine sociale.


Due coppie giacciono strrettamente abbracciate su letti, mentre diavoli le assalgono. La scena appartiene a un'interpretazione moralizzata della Genesi in una Bible moralisée dell'inizio del XIII secolo.
Cod. 2254, fol. 2r (Ausschnitt), scene dal Libro della Genesi
1225-1249
Österreichische Nationalbibliothek, Vienna, Cod. 2554, fol. 2r

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