Un vero uomo?
Il rapporto tra storia queer e femminismo
La storia della queerness è anche una storia del femminismo. Entrambe le prospettive interrogano il modo in cui le società rappresentano, giudicano e controllano il genere. Al centro vi sono non vi sono soltanto uomini e donne come categorie, ma anche le qualità associate al genere: forza o debolezza, ragione o sentimento, lavoro o cura, spazio pubblico o dimensione domestica. Queste attribuzioni non sono mai neutre. Assegnano a corpi, attività e modi di vivere una posizione precisa.
Per la storia della queerness, il concetto di femminilizzazione è particolarmente importante. In molte società patriarcali, “femminile” non indicava soltanto una categoria di genere, ma anche una condizione di subordinazione sociale. Chi veniva definito passivo, dipendente, sensibile, fisicamente più debole o sessualmente disponibile poteva essere svalutato. Questo riguardava direttamente le donne, ma anche gli uomini considerati “poco maschili”, per il loro desiderio, il loro abbigliamento, il loro lavoro, il loro comportamento o la loro posizione sociale.
Negli ordinamenti premoderni e moderni la maschilità era spesso associata all’autocontrollo, alla proprietà, alla capacità di difendersi, all’autorità pubblica e alla prestanza fisica. Le deviazioni da questo modello potevano apparire come un problema morale, sociale o giuridico. Il desiderio tra uomini veniva quindi spesso letto non solo come atto sessuale, ma anche come violazione dell’ordine maschile. A essere svalutato era soprattutto il ruolo passivo o codificato come femminile, perché associato alla subordinazione.
Le relazioni tra donne, invece, rimasero più a lungo inosservate in molti sistemi giuridici e morali, oppure furono perseguite in modo meno chiaro. Questo non dipendeva da una maggiore libertà, ma spesso dal fatto che la sessualità femminile era percepita solo in modo limitato come sessualità autonoma e capace di agire.
La ricerca femminista studia proprio queste gerarchie: perché determinate attività, corpi e forme di dipendenza sono considerati inferiori? Chi viene descritto come razionale, capace di lavorare, autorizzato a esercitare potere o bisognoso di protezione? La storia queer estende queste domande al desiderio, alla presentazione del corpo e alla leggibilità sociale. Indaga il modo in cui le persone vennero costrette entro categorie che non avevano scelto e come, nonostante ciò, trovarono margini di azione.
Queerness e femminismo si incontrano nelle domande che pongono: chi può lavorare? Chi può amare? Chi può essere visibile? Quale corpo è considerato capace, bisognoso di protezione o pericoloso? E chi decide quale vita debba valere come “normale”?
Per la storia della queerness, il concetto di femminilizzazione è particolarmente importante. In molte società patriarcali, “femminile” non indicava soltanto una categoria di genere, ma anche una condizione di subordinazione sociale. Chi veniva definito passivo, dipendente, sensibile, fisicamente più debole o sessualmente disponibile poteva essere svalutato. Questo riguardava direttamente le donne, ma anche gli uomini considerati “poco maschili”, per il loro desiderio, il loro abbigliamento, il loro lavoro, il loro comportamento o la loro posizione sociale.
Negli ordinamenti premoderni e moderni la maschilità era spesso associata all’autocontrollo, alla proprietà, alla capacità di difendersi, all’autorità pubblica e alla prestanza fisica. Le deviazioni da questo modello potevano apparire come un problema morale, sociale o giuridico. Il desiderio tra uomini veniva quindi spesso letto non solo come atto sessuale, ma anche come violazione dell’ordine maschile. A essere svalutato era soprattutto il ruolo passivo o codificato come femminile, perché associato alla subordinazione.
Le relazioni tra donne, invece, rimasero più a lungo inosservate in molti sistemi giuridici e morali, oppure furono perseguite in modo meno chiaro. Questo non dipendeva da una maggiore libertà, ma spesso dal fatto che la sessualità femminile era percepita solo in modo limitato come sessualità autonoma e capace di agire.
La ricerca femminista studia proprio queste gerarchie: perché determinate attività, corpi e forme di dipendenza sono considerati inferiori? Chi viene descritto come razionale, capace di lavorare, autorizzato a esercitare potere o bisognoso di protezione? La storia queer estende queste domande al desiderio, alla presentazione del corpo e alla leggibilità sociale. Indaga il modo in cui le persone vennero costrette entro categorie che non avevano scelto e come, nonostante ciò, trovarono margini di azione.
Queerness e femminismo si incontrano nelle domande che pongono: chi può lavorare? Chi può amare? Chi può essere visibile? Quale corpo è considerato capace, bisognoso di protezione o pericoloso? E chi decide quale vita debba valere come “normale”?
Casa delle donne
A Monteneve le donne vivevano separate dagli uomini, nel cosiddetto “Frauenhaus”, la casa delle donne. L’edificio si trovava a circa 400 metri dal villaggio minerario vero e proprio. A sorvegliarlo era una donna perlopiù anziana, chiamata “Hutmannin”.
La casa delle donne a Monteneve, ganz links im Bild, all'estrema sinistra dell'immagine
Museo provinciale miniere, BM_ 0004240
La casa delle donne a Monteneve, ganz links im Bild, all'estrema sinistra dell'immagine
Museo provinciale miniere, BM_ 0004240