La musica nei luoghi sacri

La musica nei luoghi sacri

Per molti secoli, chiese e monasteri furono i centri più influenti della pratica musicale nell’area tirolese. Lo spazio sonoro sacro era rigidamente regolamentato e non serviva al semplice intrattenimento, ma alla celebrazione dell’Ufficio divino. La Liturgia delle Ore quotidiana e la celebrazione della Messa richiedevano a monaci e monache la perfetta padronanza di centinaia di melodie complesse dell’Ordinario e del Proprio della Messa.

L’architettura delle chiese medievali in pietra fungeva da amplificatore acustico, sostenendo la voce umana e facendo risuonare il canto nello spazio. Fino al IX secolo questa tradizione si basò quasi esclusivamente sulla trasmissione orale e sulla memoria collettiva. Per garantire una liturgia uniforme in tutto l’Impero furono sviluppate le prime forme di notazione musicale. I monaci iniziarono a tracciare piccoli segni sopra i testi latini. Questi cosiddetti neumi rappresentavano l’andamento della melodia mediante tratti, punti e linee ondulate. Funzionavano come supporto grafico alla memoria, ma non erano scritti su un rigo musicale e quindi non potevano indicare altezze assolute o intervalli precisi. Chi non conosceva già la melodia non poteva semplicemente ricavarla dai primi neumi.

Una svolta avvenne intorno al 1030 grazie al teorico della musica e monaco Guido d’Arezzo. Egli introdusse un sistema di quattro linee, disposte a intervalli di terza e associate ad altezze determinate. Ogni nota acquisiva così una posizione fissa nello spazio scritto. Questa innovazione ebbe conseguenze durature sulla storia culturale europea, perché rese possibile trasmettere, apprendere e conservare la musica in forma scritta.

Negli scriptoria dei monasteri, come l’Abbazia dei Canonici Agostiniani di Novacella presso Bressanone, queste nuove forme di notazione furono rapidamente accolte e perfezionate. Gli amanuensi copiarono sontuosi e pesantissimi libri corali nella cosiddetta notazione quadrata. Questi manoscritti contengono forme liturgiche assai complesse, come i tropi, nei quali canti preesistenti venivano ampliati artisticamente con nuovi testi e nuove sezioni melodiche, oppure le lamentazioni destinate alle celebrazioni della Settimana Santa.

Parallelamente al perfezionamento della monodia si svilupparono nei monasteri le prime forme di polifonia. Trattati teorici medievali, tra cui la Musica enchiriadis e la Scolica enchiriadis, fornirono una giustificazione matematica e teologica dell’organum. In questa prima pratica polifonica, alla melodia principale tradizionale del canto gregoriano venivano affiancate una o più voci a intervalli consonanti fissi di quarta o di quinta. Ne risultava una sonorità solenne e compatta, concepita come rappresentazione acustica dell’ordine gerarchico del cosmo.

Neumi

Come ausilio alla memoria, i monaci iniziarono a scrivere piccoli segni sopra i testi latini. Questi cosiddetti neumi rappresentavano l'andamento della melodia mediante tratti, punti e linee ondulate, ma non potevano indicare con precisione le altezze dei suoni e gli intervalli. 

Bifolio con neumi da un antifonario (libro liturgico di canto)
area germanica meridionale
fine del XII secolo
Biblioteca dell'Abbazia di Novacella
Frammento n. 87

Guido d'Arezzo

Lo sviluppo del rigo musicale

Guido d’Arezzo fu monaco e teorico della musica attivo nella prima metà dell’XI secolo. Per poter fissare i canti con maggiore precisione e facilitarne l’apprendimento, sviluppò ulteriormente in modo decisivo la notazione neumatica già in uso. Le altezze dei suoni venivano ora indicate sulle linee e negli spazi tra esse, inizialmente spesso con linee colorate che segnalavano determinate note. Da questo sistema nacque il rigo a quattro linee, che permetteva di riconoscere l’altezza dei suoni con molta maggiore precisione rispetto alla precedente notazione adiastematica, priva di linee.

A Guido è inoltre associata la cosiddetta mano guidoniana. Le singole altezze erano attribuite a determinate articolazioni e parti della mano. Gli insegnanti potevano indicare questi punti per trasmettere agli allievi successioni di note e intervalli. Il rigo musicale e l’uso della mano facilitarono notevolmente l’apprendimento del vasto repertorio del canto liturgico.

Dettaglio della statua di Guido d'Arezzo
Piazzale degli Uffizi, Firenze
Scultore: Lorenzo Nencini
Fotografia: Riccardo Speziari 

Graduale Neocellense

I graduali di Zollner

Intorno al 1030 Guido d’Arezzo introdusse un sistema di quattro linee, che rese possibile leggere, apprendere e tramandare la musica con maggiore precisione.

I Graduali di Zollner dell’Abbazia di Novacella, alti oltre 70 cm, contenevano i canti della Messa per le diverse festività dell’anno liturgico. Le loro dimensioni eccezionali avevano una funzione pratica: durante la celebrazione il manoscritto veniva collocato su un leggio, in modo che più cantori potessero leggerlo contemporaneamente. Anche la scrittura e le note erano quindi di grandi dimensioni e risultavano ben leggibili anche a una certa distanza.

I due volumi furono realizzati alla metà del XV secolo e scritti da Friedrich Zollner. Numerose iniziali colorate, raffigurazioni figurative e decorazioni in foglia d’oro rendono questi libri, destinati all’uso liturgico, manoscritti di particolare pregio.

Graduale Neocellense, cosiddetti Graduali di Zollner
Volume I, IIv
Friedrich Zollner (ca1442)
Prgamena, manoscritto latino
Fotografia: Peter Daldos
Biblioteca dell'Abbazia di Novacella, Cod. s.n.

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